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La passione d’un gentiluomo veneziano 147


E Madonna Vittoria dovè confessare. E confessò senza vergogna, con audacia, con impudenza:

«Voi sapete che vi partiste contra mia voglia e ch’io rimasi tra tanto duolo che come morta me ne giacevo nel letto; onde alla fine, disperata, veggendo che non vi curavate ne anche di consolarmi con una semplice carta, caddi in tanta gelosia, ch’ebbi ad impazzire, e mi risolsi vedendo il mio male senza rimedio, di oprar ogni sorta di malia per liberarmi di tante angoscie.

«Attesi l’ccasione, la quale non sì tosto mi venne che l’abbracciai nel modo che avete inteso da quel crudele, che più tosto dovea patir morte che confessarvi le cose passate tra lui e me... Ma pazienza! La mia fortuna ha voluto ch’io spenga affatto l’amor vostro e sì m’accenda di lui che non abbia mai requie...».

Pazienza? Ed essa perdonava a quel perfido: l’amava e nell’amore nuovo, e nell’abiezione, non avrebbe avuto più un pensiero, una parola, uno sguardo per Alvise!

Alvise Pasqualigo allora non sopportò l’abbandono deciso ed assoluto della donna che aveva amata troppo e troppo a lungo; non volle rassegnarsi alla vendetta di madonna Vittoria; non si riebbe, e la gelosia travolse nel fango l’anima sua e la dignità d’un uomo. Nessun innamorato fu mai un mendico più sordido di Alvise Pasqualigo, che scriveva: