Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. II, 1966 – BEIC 9707880.djvu/297

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epistola consolatoria 291

di noi. Insieme con David profeta riputiànlo quanto elli è amantissimo padre, e misericordioso a chi lo teme. Né possiamo affermare in noi sia vero timore se saremo contumaci, non sofferendo con pazienza sue discipline. E se non ti scorderai che ogni correzione viene da carità e amore, così come el lasciare errare viene da odio, statuirai simile che come insieme non si può amare e odiare, così Dio gastigando te ama te, e amandoti si ricorda di te; e così affermerai che crescendoti calamità, o ti s’apparecchia maggior merito, o ti si compensa maggior tua meritata pena. E se tu di te stessi sarai giudice non iniquo, troverrai in te errori da meritare maggiore molto più pena che questa e quest’altra quale tu soffristi. E quando tu pur fussi fra ’l numero de’ iustissimi, comincia con teco stessi a racontare di tutto il numero de’ iusti e diletti da Dio, qual sia uscito di vita sanza sentire le condizioni de’ mortali: essilio, povertà, pericoli, infermità, ignominia, carcere, e l’altre simili cose acerbe e gravi ai fragili ed effeminati animi. Ma quelli che con fede sono ben confermati da Dio, a costoro nulla può parere non da sé meritato, nulla non da sofferirlo, nulla non adiudicato a chi sia in vita fra’ mortali.

E così sempre fusse condizione degli uomini, giovi discorrere brevissimo la sacra istoria, quale a te sempre parse degnissima. Vederai niuno libero di innumerabili tribulazioni. Adam, quel primo quasi per cui Idio fece tanta e sì maravigliosa opera, a cui el sottomise ogni moltitudine e varietà d’animanti, passò egli sua vita sanza dolore? Proscritto, esterminato da sì felicissima patria ove erano tutte le amenità e diletti, uscì errando a vivere del suo sudore e fatica. Dirai: «Questo fu per suo peccato». Né tu però ardirai dirti iusto e puro più che lui. Una inobbedienza a lui diede perpetuo essilio. Tu racconta quante sieno ogni ora le tue contumacie a chi ti donò tanti beni quanti a te abundano. Abel, perché fu iustissimo, da’ fratelli sofferì cose iniustissime. Noé, quello uno quale Dio per la sua bontà molto amava, quale stimi tu a lui fusse quel carcere suo tra le fere, in quale e’ sentiva dintorno furiare la natura irata, con tuoni, con fragore de’ venti insieme e delle onde, sotto le quali la stirpe umana e tutti li animanti periano? Quale stimi tu fosse el suo dolore pensando quanto