Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. III, 1973 – BEIC 1724974.djvu/218

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sti nuovi amanti tale che mi stimassi alienata da lui e trasferitami ad amare altri. Qui el signore mio, quale niuna prima ingiuria avea potuto movere a non molto servirmi e gradirmi, oi, oimè, qui cominciò a meno amarmi, e con poco presentarmisi mostrarmi quanto la mia alterizia gli fussi discara. Questo mi fu l’ultima morte. Questo mi fu inestimabile dolore. Nulla mai dissi, nulla feci, nulla tentai, nulla pensai per dispiacerli di che ora insieme troppo non mi pentissi. E quello che più me adolorava era ch’io giudicava questo testé pentirmi nulla mai potermi giovare; aspettava infinite vendette, tante erano le mie verso di chi me amava a torto fatte ingiurie. Mille volte il dì bramava e chiamava la morte. Così durò il mio e suo infinito dolore, mia cagione, più e più tempo. Infelicissima me! Né potrei dirvi quante lacrime e tormenti così vivendo fussino i miei. Erano le mie notti lunghe troppo e straccate da mille volgimenti e pentimenti e varie dolorose memorie. Era il giorno a me oscuro, pieno di tenebre e solitudine. Era il petto mio al continuo carco di gravissime cure. Era l’animo, la mente mia tuttora agitata e compremuta, ora da dolore, ora da pentirmi, ora da sdegno, ora da amore, ora da pietà di me stessi, e di chi me amava: voleva, non voleva, accusava, piangeva, e mai fra me restava di recitare più mie passate istorie: dolevami aver perduti i dolci tempi, dolevami vivere in pianti, dolevami avere, mia cagione, perduto ogni speranza a più mai recuperarli, spasimava, né se non bene spesso me gittava in sul letto sospirando, piangendo, abbracciando e baciando chi meco non era. Oh miseria mia! Oh vita infelicissima! Oh ingegno mio duro e stranissimo! Che io di tanta calamità mia mi fussi cagione, potessi con brieve rimedio finirla, e pure ostinata per soprastare di sdegno me stessa e chi mi amava consumassi. Erano le nostre gote in altro tempo fresche, piene e vivide; allora per troppo continuo dolore pallide, stenuate e smorte, tale che chi noi vedea potea in sé aver pietate e molto muoversi a compassione. Né solo tanto a me fu nociva questa certo stolta mia impresa, fanciulle, quanto che dipoi sarebbe lungo recitare come molte volte mi sia con infinito dispiacere e pentimento doluto avere così per mia ingiuria perduto quel tempo quale a noi poteva essere stato