Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. III, 1973 – BEIC 1724974.djvu/239

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deifira 235

non pieno di sospiri e lacrime. Comune vizio di chi ama, che sempre interpetra ditti, atti e fatti pure in piggiore parte, e sempre argumenta pure contro a sè, e le più volte crede quel che non è, e di quello che certo sia, sempre dubita. Sete, voi amanti, con la volontà troppo arditi, con l’opera troppo timidi, col pensiero troppo astuti, con l’astuzia troppo sospettosi, col sospetto troppo creduli, col credere troppo ostinati. E si vuole del passato solo ridursi a memoria le cose felici e liete, e al presente prendere quanto el tempo ti concede, e di dì in dì sperare meglio e sanza troppa sollecitudine bene aspettare.

Pallimacro. O Filarco, chi può quanto e’ vuole nell’amore, non ama. Conviensi volere quel che si può. E come posso io del passato non dolermi, poich’a si gran torto mi truovo avere perduto quel tutto che me faceva amando esser felice? E come poss’io testè non piangere, se ora il mio servire acquista nulla altro che ingratitudine? Cosa si truova niuna tanto molesta e penosa, quanto servire e non essere gradito. E ora quale speranza a me qui può mai rilevare una minima parte de’ miei mali, poich’e’ tempi, quali con tanto desiderio aspettavamo a noi, Deifira mia, pieni di piaceri e sollazzi, que’ medesimi a me sono con tanta tristezza e dispiacere passati? Oh fortuna mia acerbissima! Que’ luoghi, quali io mi fidava fussono a’ nostri diletti più apparecchiati e atti, que’ medesimi sono a me stati e chiusi e pieni di repulsa. Ehimè, Pallimacro infelice! E quelle persone, quali io mi pensava fussero alle nostre espettazioni e disideri, quanto doveano, pronte e utili, tristo me, ohi tristo me, quelle medesime sono state cagione d’ogni mia calamità. Ora, oh dolore mio acerbissimo, da chi poss’io sperare più mai aiuto alcuno, poichè di chi io più mi fido, più mi nuoce. Oh Iddio, e quanto amore fugge in piccol tempo!

Filarco. Tristo Pallimacro! Quella tua Deifira, quale tanto amava te, non ama ella più quanto solea?

Pallimacro. Non ami più, no, Deifira mia, non ami me, no. Ed èmmi teco intervenuto come spesso si vede chi da lungi tiene il toro allacciato, seguendolo se forse fugge, e gittandosi a terra se gli si rivolge, e se si ferma, in molti modi lo incita a muoversi, e così lo infesta perfino che volge la fune a qualche fermo luogo,