Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. III, 1973 – BEIC 1724974.djvu/240

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236 deifira

onde poi, scostatosi, ride vedendo el toro legato solo nuocere a se stesso, ora cozzando al vento, ora apparecchiandosi indarno a nuovi combattimenti. Così tu a me, Deifira mia; e poichè me stessi ebbi avolto a quelle ferme promesse, quali fino a ora mi tengono a te suggetto, tu subito cominciasti a riderti e pigliare giuoco d’ogni mia pena; tu subito cominciasti a sdegnarmi. Tu, Deifira mia, qual prima tanto eri lieta vedendomi, qual prima, temendo stare qualche giorni sanza spesso rivedermi, lacrimasti, tu ora in pruova mi fuggi e me hai sanza cagione alcuna in fastidio troppo e in odio. Tu, quando mi vedi, troppo ti turbi; tu ancora, ohimè, non raro a gran torto mi bestemmi. Oh Pallimacro sfortunato! Quella nostra Deifira, quale vidi lacrimare, dolendosi se forse, quanto certo dovea, prendevo a ingiuria una e un’altra sua sdegnosa parola, quella medesima, quella Deifira tanto da noi amata, quella Deifira che tanto me amava, testè mai si sazia d’acrescermi ogni dì più e più dolore.

Filarco. Pallimacro, nella vita de’ mortali nulla si truova a chi non stia apparecchiato il suo fine. Troia fu grande e alta, Babillonia fu ricca e possente, furono Atene ornatissime e famosissime, e Roma fu temuta, riverita e ubbidita, quanto tempo il cielo e sua sorte a ciascuna permise. Nè tu adunque pensa se non dovuto, se uno animo volubile e femminile verso di te non è quel che solea. Pazzo, più volte pazzo chi crede in femmina mai essere costanza alcuna. E certo, quando bene in questa una fussi ogni fermezza, pure al vostro amore, quando che sia, si conveniva il suo fine. E stima, Pallimacro mio, che mai lungo amore fu sanza molta copia di sospiri, lacrime e vario dolore. E qualunque avverso caso nello amore, quanto più vien tardi, tanto segue con ruina maggiore. E vuolsi riputare in buona parte, se qui sia il fine de’ tuoi mali, libero d’ogni altro, quali talora vengono fra curucciati amanti grandissimi scandali e calamità. E certo sempre mi parse vero che l’amore sia fatto come il latte, quale tanto piace quanto egli è ben fresco; poi soprastando piglia troppi vizi. Così in amare, quanto gli amanti studiano porgersi accetti e benveduti, tanto lieti vivono, pieni di sollazzo, giuoco e festivi ragionamenti. Poi fermato l’amore, subito vi surgono sospetti, e dai