Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. III, 1973 – BEIC 1724974.djvu/241

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deifira 237

sospetti le gelosie, e dalle gelosie nascono sdegni, e di qui crescono il vendicarsi e le inimicizie. E solo le inimicizie degli amanti si pruovano essere acerbissime. E sono le femmine, quanto di meno consiglio e ragione, tanto più che gli uomini troppo sfidate, sospettose e dispettose, onde per minima cosa si truovano adirate, e poi, per mostrarsi giustamente crucciate, perseverano e crescono ad inimistà. Nè troverai inimico sì capitale, che non forse qualche volta con una tua parola si muova a pietà; solo il cuore della femmina sdegnato indura per lacrime di chi l’ama, e a pena col sangue cancella uno suo conceputo sdegno. Però si vuole non mai scoprirsi amante, se non quando vedi potere subito prima satisfarti che l’amore pigli suo’ vizi. E conviensi col tempo ardire molto più che chiedere. Natura delle femmine che d’ogni cosa in che possa uscirne rossore, loro molto giova potere dire "io non volea"; e godono vinte una e un’altra volta dare quello che più elle negano.

Pallimacro. Oh Filarco mio, e chi non sa quanto poco si possa qualunque cosa troppo disideri?

Filarco. Ahimè, non piangere più, Pallimacro mio, non piangere più. E dimmi qual grandissima cagione mai fu quella che in lei spegnessi sì ardente amore? Sogliono le fiamme amorose spesso abbagliare, sì, ma non sanza grandissima ruina amorzarsi. Piacciati narrarmi ogni cosa. Non fare quale fanno questi altri amanti, i quali, afflitti e mesti, subito si richiudono in solitudine, donde col troppo ripensare stracchi escono sanza aver pensato a nulla. Agli animi affannati nuoce ogni solitudine, e troppo giova appresso gli amici ragionando posare la gravezza delle sue cure. E che fai, Pallimacro, che pur miri a terra fiso e muto? Rispondi, pregoti, e ragionando dimenticherai in parte il tuo male. Fue tuo o pure suo errore cagione di tanta vostra discordia?

Pallimacro. Non fu mio, no, nè in tutto tuo errore, Deifira mia, no. Anzi la iniqua mia fortuna così fa te verso di me essere ombrosa e schifa. E bene presentii e predissi questa ruina, quale ora mi tiene soppresso in tanta calamità. Ma puossi mai chiudere tutte le vie al male che de’ venire? E come all’acqua, quanti più rivi gli otturi, tanto con più impeto rompe in altro corso, così l’avversa fortuna, quanto più te le contraponi, tanto più si carca