Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. III, 1973 – BEIC 1724974.djvu/285

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istorietta amorosa 281

fuori. La fanciulla, essendo sola in camera secondo il suo credere, cominciò a dirizzare la sua mente verso Ippolito, e quivi salita nel letto diceva: «O fiero destino che nel cuore mi mettesti l’immagine del mio dolce Ippolito, perché non consenti alla morte mia? Ahi, ingrata e sconoscentissima Leonora, tu stai qui nel letto, e il tuo Ippolito forse piange per tuo amore; tu qui ora stai in festa, e lui forse vive in sospiri. Ahi, caro Ippolito, perché non sei tu qui in camera meco? Quali sarebbono i nostri ragionamenti, quanti sarebbono li nostri piaceri! Io son certa che il tuo cuore e tutti i tuoi pensieri sono universalmente con meco. Oh fortuna nemica d’ogni piacere, come non metti tu pace fra’ nostri padri? Dunque solo la inimicizia paterna ne sturba li nostri diletti. Tu se’ giovane, e io giovane; tu bellissimo, e io ti piaccio; tu me ami e io moro per te. Perché non tu mio marito e io tua donna? Oh pensieri miei, ora che fa il vostro Ippolito? Certo sospira del non essere dove è la sua cara e amantissima Leonora. O dio d’amore, perché non consenti tu ad un’ora contentare lui e me? Or fussi tu qui, dolce Ippolito mio, quante volte t’abbraccerei e bacerei io, quanto avida e devota ti narrerei i miei presenti e passati sospiri?». E dette queste parole con molte lacrime voltatasi verso il lato dove Ippolito stava ascoso, tendendo le braccia diceva: «Come t’abbraccerei io, se tu fussi qui; come ti stringerei!». E in queste parole la fanciulla s’addormentò.

Ippolito, essendo dietro alla cortina, vedeva e udiva ogni cosa, ma per la fede promessa mai volse fare parola, anzi con grandissimo affanno si tacea. Leonora, come fu addormentata, si sognava essere con Ippolito, e in sogno diceva: «Oh Ippolito mio, chi t’ha menato qui? Qual pianeta, quale destino c’è stato tanto benigno?». E credendo di abbracciare Ippolito, stringeva le braccia baciando il vento. Ippolito vedendo questo, non gli parve più tempo d’aspettare, e quivi senza spogliarsi altrimenti, quando ella stendeva le braccia, s’entrò allato a lei in sul letto, e quivi stato un poco, cominciando a baciarla, ella dal sonno si destò, e trovandosi gente allato, tutta spaurita fu tentata di gridare, quando Ippolito disse: «Taci, Leonora, e odi ’l parlare mio. Sappi — diss’egli — che io sono il tuo Ippolito, il quale poco avanti tu con tante lacrime hai