Pagina:Alberti - Della architettura della pittura e della statua, 1782.djvu/262

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240 della architettura

in modo la muraglia, che se bene quanto à fondamenti ella non stia però cosi male, le mura nondimeno stieno di maniera, che ancora che elle desiderino gli ornamenti, non possino per modo alcuno diventare più eccellenti, o più garbate per leggiadria d’adornamenti; come se e’ non si fusse curato nelle mura di cosa alcuna, salvo di farle per reggere i tetti, non havendo lasciato cosa alcuna in alcun luogo dove si possino accomodare convenientemente, et con ordine distinto, o la dignità de le colonne, o lo ornamento de le statue, o la maiestà de le tavole, et la bellezza de le pitture, o la delicatezza de li intonichi. Simile à questo mancamento, et quasi suo congiunto, è questo, quando altri nelle cose che si hanno a fare non dura il più che può fatica di vedere che con la medesima spesa elle si faccino oltra modo bellissime, et che habbino maiestà grandissima. Conciosia che certamente nelle forme, et nelle figure de gli edificii si trova una certa eccellenza, et una certa gratia di natura, che desta gli animi de gli huomini, et si conosce subito se ella vi è, et non vi essendo vi si desidera grandissimamente, et gli occhi massimo per lor natura conoscono, et desiderano il bello, et la leggiadria, et in questa cosa son difficili, et fastidiosi à contentarli. Ne sò io, donde si proceda, che e’ pare che e’ desiderino molto più quelle cose, che vi mancano, che ei non lodano quelle che vi sono di buono, percioche continovamente cercano quel che vi si possa arroggere, per far la cosa più splendida et più gratiosa, et restano offesi, se non veggono che vi sia posta tanta fatica, et tanta industria di arte, quanta habbi possuto porvi uno accuratissimo, accortissimo, et diligentissimo maestro. Oltra di questo non sanno dire da che cosa restino alcuna volta offesi, se non da questo solo che e’ non hanno da potere satiare totalmente, ne adempire lo sfrenato desiderio, che egli hanno di vedere una smisurata bellezza. Le quali cose essendo cosi, sarà certamente bene di sforzarsi per quanto noi possiamo, con ogni studio, opera, et diligentia, che quelle cose che noi muriamo, sieno ornatissime, et quelle massimo che ognun desidera sieno addorne; nella quale specie sono le muraglie publiche, et massimo le sacre, percioche e’ non sarà nessuno, che possa sopportare, che elle stieno ignude di ornamenti. Sarà difetto ancora se gli adornamenti, che si aspettano à gli edifitii publici, tu gli accomoderai à privati, o quelli che si aspettano à privati, tu gli applicherai à le muraglie publiche, et massimo se nella loro specie saranno cose minime, se elle saranno da non dover durare, come se alcuno ne gli edifitii publichi applicasse pitture mal fatte, caduche, et fracide, conciosia che le cose publiche hanno à essere eterne. Et è ancora difetto assai grave, il che veggiamo accadere à certi sciocchi, che non hanno à fatica cominciata una muraglia, che la dipingono, et vi mettono statue, et adornamenti in quantità, onde adviene che queste simil cose son guaste et rovinate avanti che sia finita la muraglia; e’ bisogna haver finito cosi ignuda tutta la tua muraglia avanti che tu la vesta di ornamenti, et l’ultima cosa sarà lo adornarla. Alla qual cosa l’occasione de tempi, et de le cose, et la facultà ti si presterà allhora nella fine da poterlo farle comodissimamente, et senza alcuno impedimento. Ma io vorrei che gli adornamenti che tu ci metterai, fussino in gran parte talmente fatti, che vi si fussino affaticate diverse, et più mani di mediocri artefici. Ma se pure tu ve ne volessi alcuni più eccellenti et più rari come statue, et tavole, come furno quelle che di Fidia, et di Zeusi, per esser tenute rarissime, è bene collocarle in luoghi rarissimi, et honoratissimi. Io non lodo quello Dioceo Re de Medi, che accerchiò la Città Ecbatana di sette circuiti di mura, et gli fece di variati colori, che alcuni fussino rossi, alcuni giallicci, altri coperti d’argento, et altri d’oro ancora. Hò in odio anco Caligula che haveva la stalla di marmo, et le mangiatoie di avorio. Le cose che edificava Nerone, erano tutte coperte d’oro, et commesse di gemme. Eliogabalo fu più pazzo, che ammattonò le stanze di oro, et si doleva che non


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