Pagina:Alcuni discorsi sulla botanica.djvu/128

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Se dai Chinesi passiamo agli Indus, che forse li precedono per antichità, poco potremo dire sullo stato di loro coltura, avvegnachè appena da mezzo secolo l’attenzione degli Europei siasi rivolta con speciale fervore allo studio della lingua sanscritta. Sappiamo ciò nullameno, che anche presso di loro esistevano alcuni trattati scientifici, i quali andarono perduti per la più parte. Il secondo libro degli Upas-Vedas, il più antico e sacro monumento della civiltà dei popoli Indiani, libro che rimonta a quattordici secoli av. C., era dedicato quasi esclusivamente alla medicina ed alla descrizione degli esseri naturali.

La mancanza di storici documenti ne toglie di poter accertare a qual grado di sviluppo fossero venute le scienze di osservazione presso i Babilonesi, i Caldei, gli Assirj, la origine delle quali nazioni si perde tra le favole di tempi oscurissimi. Che però alcune di tali scienze molto avessero progredito tra quelle genti, facile è congetturarlo, quando si ricordino le magnifiche città da essi abitate, poni esempio Ninive e Babilonia, e l’esteso commercio che facevano, e lo stato fiorente di loro agricoltura. Di uno speciale amore di questi popoli per le piante fanno fede i giardini pensili di Semiramide, vissuta 2055 anni prima dell’era volgare, i quali erano tanto decantati per tutto l’Oriente, che Alessandro, movendo da Celone ai pascoli di Nisa, si trovò indotto a deviare dal cammino