Pagina:Alcuni discorsi sulla botanica.djvu/138

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A Pitagora segue in ordine di tempo Empedocle d’Agrigento, nato nella 80ª olimpiade, e forse scolaro di lui. Poeta, oratore, medico, filosofo, e mago ancora nel giudizio del volgo, Empedocle lasciò scritta un’opera celebratissima di fisica in 3 libri composta di 5 mila esametri, dei quali però non restano che pochi e sparsi frammenti, in tutto poco più di un 400 versi. Troppo audace, ma pur grande nelle sue ipotesi cercò l’origine delle cose nel vario combinarsi di quelle, ch’ei chiama le quattro radici prime Giove, Giunone, Plutone e Nefti, in altri termini acqua, fuoco, aria, terra, che dette poi i quattro elementi servirono fin quasi alla metà del secolo passato ai fisici di facile e comodo mezzo per dare spiegazione di quasi tutti i fenomeni naturali. Come causa al moto degli elementi Empedocle pel primo immaginò l’azione di due forze opposte inerenti alla materia, l’una delle quali con poetico linguaggio disse amore, amicizia, concordia, l’altra a questa contraria odio, inimicizia, lite. In virtù dell’amore, le particelle simili tendono a unirsi tra loro, e congiungendosi a formare le masse, laddove l’inimicizia opera a disunire le particelle congiunte scomponendo gli aggregati. E di tal maniera fondava la teorica della ripulsione e della attrazione. Originò medesimamente da Empedocle la famosa dottrina delle periodiche rivoluzioni del globo e della estinzione degli esseri, che d’epoca in epoca lo hanno abitato, la quale dottrina ebbe