Pagina:Alcuni discorsi sulla botanica.djvu/145

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grettamente didascalici, si sollevano a poetici voli, quando ti parlano delle magnifiche palme a ventaglio e dei leggiadri cespuglj di sempre verdi bannani, o ti fanno sostare meravigliato dinnanzi agli alberi giganteschi, alle cui cime non è dardo che arrivi, alle cui foglie non è scudo, che si agguagli, e dinnanzi al Bambù che sì leggero di foglie e di stelo, pur d’altezza contende cogli alberi, e sì gran tratto prende da un nodo all’altro, che puoi farne una barca a più remi, o tratteggiano il fico d’India dall’enorme tronco, al cui diametro appena bastano 28 piedi, che rimettendo radice dalla estremità dei rami così è configurato, che a ragione il chiamano una tenda di foglie sorretta da molte colonne. Mercè dunque l’opera di questi dotti i Greci in quell’epoca sempre mai memoranda pei progressi dell’umano incivilimento vennero a conoscere tra molte altre nuove cose le risaje irrigate, l’arbusto del cotone, i fini tessuti e la carta, che se ne preparano, l’oppio, il vino di riso, di palma, lo zuccaro di canna, la lana dei grandi alberi di bambagia, i drappi di seta, l’olio di Sesamo bianco, quello di rose, la lacca, e varie sorta di aromi e di profumi, che divennero ben presto oggetti importantissimi del traffico universale. In tanto e così rapido crescere di cognizioni intorno ai corpi naturali fu dunque grande ventura per la scienza che a que’ dì vivesse quel sottilissimo ingegno di Aristotile, il quale collo scandaglio della