Pagina:Alcuni discorsi sulla botanica.djvu/161

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diversi affrettino, o indugino il comparire, il maturare de’ frutti, tornino utili o nocivi alla qualità loro. Se avvenga che gli alberi crescano molto fitti, sicchè non possano essere investiti per ogni banda dalla luce e dall’aria, i medesimi si allungano troppo sottili e smilzi, perdono anzi tempo i frutti, rimangono al tutto sterili. Gli inverni nei quali abbonda la neve, o cadono frequenti le pioggie favoriscono la vegetazione. Suolo troppo pingue o salmastro conviene a poche piante, nuoce al maggior numero di esse. I venti freddi se non soffiano di primavera sono benefici. Si agita di poi la questione se una specie possa tramutarsi in un’altra, e d’onde avvenga, che ad alcune piante approdi l’essere vicine, ad altre ne incolga danno. Il terzo libro discorre del potere dell’arte sulle piante, ed è a così dire un codice di insegnamenti agricoli. Vi si dice quali piante s’abbiano a coltivare di preferenza, e si fa notare che l’autunno e il cominciar della primavera sono le epoche più convenienti per le piantagioni, e le semine. Entrando di poi a parlare della coltivazione degli alberi in generale tocca della scelta del terreno, del modo con che vuolsi lavorare, come e quando si piantino gli alberi, a quali distanze l’uno dall’altro si hanno a tenere, non che del loro governo sul luogo di dimora. Insegna doversi letaminare parcamente, inaffiare al bisogno, sarchiare e tener sgombro loro d’intorno il terreno dalle erbe d’ogni