Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/320

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314 agamennone

te ne scongiuro, fa che d’Argo in bando

Egisto vada.
Agam.  Oh! che di’ tu? nemico
ei dunque m’è? tu il sai? dunque egli ordisce
trame?...
Elet.  Non so di trame... Eppur... Nol credo.
Ma, di Tieste è figlio. — Al cor mi sento
presagio ignoto, ma funesto e crudo.
Soverchio forse è in me il timor, ma vero
in parte egli è. Padre, mel credi, è forza
che tu nol spregj, ancorch’io dir nol possa,
o nol sappia; ten prego. Io torno intanto
del caro Oreste al fianco: a lui dappresso
sempre vo’ starmi. O padre, ancor tel dico,
quanto piú tosto andrá lontano Egisto,
tanto piú certa avrem noi pace intera.


SCENA QUARTA

Agamennone.

Oh non placabil mai sdegno d’Atréo!

Come trasfuso in un col sangue scorri
entro a’ nepoti suoi! Fremono al nome
di Tieste. Ma che? se al solo aspetto
d’Egisto freme il vincitor di Troja,
qual maraviglia fia, se di donzella
palpita, e trema a tale aspetto il core? —
Ove ei tramasse, ogni sua trama, ei stesso,
a un sol mio cenno, annichilar si puote.
Ma incrudelir sol per sospetto io deggio?
Saria viltade il giá intimato esiglio
affrettar di poch’ore. Al fin, s’io tremo,
n’è sua la colpa? e averne debbe ei pena?