Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. III, 1947 – BEIC 1728689.djvu/285

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atto primo 279
sola una cosa ell’è Cesare e Roma. —

Breve parla chi dice. Altri quí faccia,
con servili, artefatti, e vuoti accenti,
suonar di patria il nome: ove pur resti
patria per noi, su i casi suoi si aspetta
il risolvere ai padri; in nome io ’l dico
di lor; ma ai veri padri; e non, com’ora,
adunati a capriccio; e non per vana
forma a scherno richiesti; e non da vili
sgherri infami accerchiati intorno intorno,
e custoditi; e non in vista, e quasi
ascoltati da un popolo mal compro
da chi il pasce e corrompe. È un popol questo?
Questo, che libertade altra non prezza,
né conosce, che il farsi al bene inciampo,
e ad ogni male scudo? ei la sua Roma
nei gladiator del circo infame ha posta,
e nella pingue annona dell’Egitto.
Da una tal gente pria sgombro il senato
veggasi, e allor ciascun di noi si ascolti. —
Preaccennare il mio parer frattanto
piacemi, ed è: Che dittator non v’abbia,
poiché guerra or non v’ha; che eletti sieno
consoli giusti; che un senato giusto
facciasi; e un giusto popolo, e tribuni
veri il foro rivegga. Allor dei Parti
deliberar può Roma; allor, che a segni
certi, di nuovo riconoscer Roma
noi Romani potremo. Infin che un’ombra
vediam di lei fallace, i veri, e pochi
suoi cittadini apprestinsi per essa
a far gli ultimi sforzi; or che i suoi tanti
nemici fan gli ultimi lor contr’essa.
Cicer. Figlio di Roma, e non ingrato, io l’amo
piú che me stesso: e Roma, il dí che salva
dall’empia man di Catilina io l’ebbi,