Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. III, 1947 – BEIC 1728689.djvu/286

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280 bruto secondo
padre chiamommi. In rimembrarlo, ancora

di tenerezza e gratitudin sento
venirne il dolce pianto sul mio ciglio.
Sempre il pubblico ben, la pace vera,
la libertá, fur la mia brama; e il sono.
Morire io solo, e qual per Roma io vissi,
per lei deh possa! oh qual mi fia guadagno,
s’io questo avanzo di una trista vita
per lei consunta, alla sua pace io dono! —
Pel vero io parlo; e al canuto mio crine
creder ben puossi. Il mio parlar non tende,
né a piú inasprir chi dagli oltraggi molti
sofferti a lungo, inacerbita ha l’alma
giá di bastante, ancor che giusto, sdegno;
né a piú innalzare il giá soverchio orgoglio
di chi signor del tutto omai si tiene.
A conciliar (che ancor possibil fora)
col ben di ognuno il ben di Roma, io parlo. —
Giá vediam da gran tempo i tristi effetti
del mal fra noi snudato acciaro. I soli
nomi dei capi infrangitor di leggi
si andar cangiando, e con piú strazio sempre
della oppressa repubblica. Chi l’ama
davver fra noi, chi è cittadin di cuore,
e non di labro, ora il mio esemplo siegua.
Fra i rancor cupi ascosi, infra gli atroci
odj palesi, infra i branditi ferri,
(se pur l’Erinni rabide li fanno
snudar di nuovo) ognun di noi frapponga
inerme il petto: o ricomposti in pace
fian cosí quei discorsi animi feri;
o dalle inique spade trucidati
cadrem noi soli; ad onta lor, Romani
soli, e veraci, noi. — Son questi i sensi,
questi i sospiri, il lagrimare è questo
di un cittadin di Roma: al par voi tutti,