Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. III, 1947 – BEIC 1728689.djvu/287

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

atto primo 281
deh! lo ascoltate: e chi di gloria troppa

è carco giá, deh! non la offuschi, o perda,
tentando invan di piú acquistarne: e quale
all’altrui gloria invidia porta, or pensi
che invidia no, ma virtuosa eccelsa
gara in ben far, può sola i proprj pregi
accrescer molto, e in nobil modo e schietto
scemar gli altrui. — Ma, poiché omai ne avanza
tanto in Roma a trattar, dei Parti io stimo,
per or si taccia. Ah! ricomposta, ed una,
per noi sia Roma; e ad un suo sguardo tosto,
Parti, e quanti altri abbia nemici estrani,
spariscon tutti, come nebbia al vento.
Bruto Cimbro, Cassio, e il gran Tullio, hanno i loro alti
romani sensi in sí romana guisa
esposti omai, che nulla a dir di Roma,
a chi vien dopo, resta. Altro non resta,
che a favellar di chi in se stesso ha posta
Roma, e neppur dissimularlo or degna. —
Cesare, a te, poiché in te solo è Roma,
di Roma no, di te parlare io voglio. —
Io non t’amo, e tu il sai; tu, che non ami
Roma; cagion del non mio amarti, sola:
te non invidio, perché a te minore
piú non mi estimo, da che tu sei fatto
giá minor di te stesso; io te non temo,
Cesare, no; perché a morir non servo
son presto io sempre: io te non odio, al fine,
perché in nulla ti temo. Or dunque, ascolta
quí il solo Bruto; e a Bruto sol dá fede;
non al tuo consol servo, che sí lungi
da tue virtudi stassi, e sol divide
teco i tuoi vizj, e gli asseconda, e accresce. —
Tu forse ancor, Cesare, merti (io ’l credo)
d’esser salvo; e il vorrei; perché tu a Roma
puoi giovar, ravvedendoti: tu il puoi,