Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. III, 1947 – BEIC 1728689.djvu/296

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290 bruto secondo
Bruto  E a risvegliarmi, in fatti,

(quasi io dormissi) infra’ miei passi io trovo
disseminati incitatori avvisi:
brevi, forti, romani; a me di laude
e biasmo in un, come se lento io fossi
a ciò che vuol Roma da me. Nol sono;
ed ogni spron mi è vano.
Cassio  Ma, che speri
dal favellar con Cesare?...
Cicer.  Cangiarlo
tu speri forse...
Bruto  E piacemi, che il senno
del magnanimo Tullio, al mio disegno
si apponga in parte.
Cassio  Oh! che di’ tu? Noi tutti,
lungamente aspettandoti, quí esposto
abbiamo a lungo il parer nostro: un solo
fummo in Cesare odiar, nell’amar Roma,
e nel voler morir per lei: ma fummo
tre diversi nel modo. Infra il tornarne
alla civile guerra; o il popol trarre
d’inganno, e all’armi; o col privato ferro
svenar Cesare in Roma; or di’, qual fora
il partito di Bruto?
Bruto  Il mio? — Nessuno,
per or, di questi. Ove fia vano poscia
il mio, scerrò pur sempre il terzo.
Cassio  Il tuo?
E qual altro ne resta?
Bruto  A voi son noto:
parlar non soglio invan: piacciavi udirmi. —
Per sanarsi in un giorno, inferma troppo
è Roma ormai. Puossi infiammar la plebe,
ma per breve, a virtú; che mai coll’oro
non si tragge al ben fare, come coll’oro
altri a viltá la tragge. Esser può compra