Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. III, 1947 – BEIC 1728689.djvu/297

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atto secondo 291
la virtú vera, mai? Fallace base

a libertá novella il popol guasto
sarebbe adunque. Ma, il senato è forse
piú sano? annoverar si pon gli schietti;
odian Cesare in core i rei pur anco,
non perch’ei toglie libertade a tutti
ma perché a lor, tiranno unico, ei toglie
d’esser tiranni. A lui succeder vonno;
lo abborriscon perciò.
Cicer.  Cosí non fosse,
come vero è, pur troppo!
Bruto  Ir cauto il buono
cittadin debbe, infra bruttura tanta,
per non far peggio. Cesare è tiranno;
ma non sempre lo è stato. Il vil desio
d’esser pieno signore, in cor gli sorge
da non gran tempo: e il vile Antonio, ad arte,
inspirando gliel va, per trarlo forse
a sua rovina, e innalzar se sovr’esso.
Tali amici ha il tiranno.
Cassio  Innata in petto
la iniqua brama di regnar sempr’ebbe
Cesare...
Bruto  No; non di regnar: mai tanto
non osava ei bramare. Or tu l’estimi
piú grande, e ardito, che nol fosse ei mai.
Necessitá di gloria, animo ardente,
anco il desir non alto di vendetta
dei privati nemici, e in fin piú ch’altro,
l’occasíon felice, ivi l’han spinto,
dove giunge ora attonito egli stesso
del suo salire. Entro il suo cuor può ancora
desio d’onor, piú che desio di regno.
Provar vel deggio? Or, non disegna ei forse
d’ir contra i Parti, e abbandonar pur Roma,
ove tanti ha nemici?