Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. III, 1947 – BEIC 1728689.djvu/304

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298 bruto secondo
che il potrò tor d’inganno: oggi mi è forza

ciò almen tentare...
Anton.  Eccolo appunto.
Cesare  Or, seco
lasciami; in breve a te verronne.
Anton.  Appieno,
deh! tu d’inganno trar te stesso possa;
e in tempo ancor conoscer ben costui!


SCENA SECONDA

Bruto, Cesare.

Bruto Cesare, antichi noi nemici siamo:

ma il vincitor sei tu finora, ed anco
il piú felice sembri. Io, benché il vinto
paja, di te men misero pur sono.
Ma, qual che il nostro animo sia, battuta,
vinta, egra, oppressa, moribonda, è Roma.
Pari desir, cagion diversa molto,
tratti quí ci hanno ad abboccarci. A dirmi
gran cose hai tu, se Antonio il ver narrommi;
ed io pure alte cose a dirti vengo,
se ascoltarle tu ardisci.
Cesare  Ancor che Bruto
stato sia sempre a me nemico, a Bruto
non l’era io mai, né il son; né, se il volessi,
esserlo mai potrei. Venuto io stesso
a favellarti in tua magion saria;
ma temea, che ad oltraggio tel recassi;
Cesare osarne andar, dove consorte
a Bruto sta del gran Caton la suora:
quind’io con preghi a quí venirne invito
ti fea. — Me sol, senza littori, e senza
pompa nessuna, vedi; in tutto pari