Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. III, 1947 – BEIC 1728689.djvu/306

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300 bruto secondo
di gloria, e ancor della battaglia caldo,

eri grande: e per esserlo sei nato:
ma quí, te di te stesso fai minore,
ogni dí piú. — Ravvediti; conosci,
che tu, freddo pacifico tiranno
mai non nascesti, io te l’affermo...
Cesare  Eppure,
misto di oltraggi il tuo laudar mi piace.
T’amo; ti estimo: io vorrei solo al mondo
esser Bruto, s’io Cesare non fossi.
Bruto Ambo esser puoi; molto aggiungendo a Bruto,
nulla togliendo a Cesare: ten vengo
a far l’invito io stesso. In te sta solo
l’esser grande davvero: oltre ogni sommo
prisco Romano, essere tu il puoi: fia il mezzo
semplice molto; osa adoprarlo: io primo
te ne scongiuro; e di romano pianto,
in ciò dirti, mi sento umido il ciglio... —
Ma, tu non parli? Ah! tu ben sai, qual fora
l’alto mio mezzo: in cor tu ’l senti, il grido
di veritá, che imperíosa tuona.
Ardisci, ardisci; il laccio infame scuoti,
che ti fa nullo a’ tuoi stessi occhi; e avvinto
ti tiene, e schiavo, piú che altrui non tieni.
A esser Cesare impara oggi da Bruto.
S’io di tua gloria invido fossi, udresti
or me pregarti ad annullar la mia?
Conosco il ver; me non lusingo: in Roma,
a te minor di dignitade, e d’anni,
e di possanza, e di trionfi, io sono,
come di fama. Se innalzarsi il nome
di Bruto può col proprio volo, il puote
soltanto omai su la rovina intera
del nome tuo. Sommessa odo una voce,
timida, e quindi non romana affatto,
Bruto appellar liberator di Roma,