Pagina:Alfonso Varano - Opere scelte 1705-1788.djvu/159

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settima 137

Dirotto rimbombò quindi uno strido
     384Del popol tutto a Dio chiedendo pace,
     E altamente mugghiarne i colli e il lido.
Il pian divenne ai dubbj piè fallace
     387Nel raddoppiar le scosse, e co’ sonanti
     Bronzi non tocchi diér segno verace
Di ruina fatal le vacillanti
     390Testuggini de’ tempj, e le più ferme
     Torri nella serena aria ondeggianti.
Io ratto corsi ove credei vederme
     393Salvo dal suol, che incerto or s’erge, or cala,
     All’ima soglia, e alle mie membra inferme
Pel terror diè il terror più fervid’ ala,
     396E della porta fra le arcate bande
     Fuggii saltando la tremante scala.
M’assordò allor mirabilmente grande
     399Precipitoso scroscio, e d’ogn’ intorno
     Scoppiò qual tuon, che mille tuoni spande.
Immenso polverio coperse il giorno,
     402E della luce desiata invece
     Mestissime apparirò ombre dattorno;
E in men che scorre una sei volte in diece
     405Divisa parte di volubil ora
     Squallido la Città cumol si fece
Di rotte pietre addentro miste e fuora
     408Fra spezzate finestre, archi, e colonne
     Mozze, altre stese, altre pendenti ancora.
L’eccidio fier, di cui non mai potronne
     411Vivi ritrarre i danni, e lo smarrito
     Sole, e l’alterno urlar d’Uomini e Donne,
E il volto della Guida impallidito,
     414Ch’io non so come aggiunta erasi meco.
     Mi rimembràr l’estremo dì compito