Pagina:Alfonso Varano - Opere scelte 1705-1788.djvu/39

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prima 17

Ch’io scorgo ora dal ciel la taciturna
     Fronte piegar su le mie gelid’ossa,
     444E porger voti alla mia pallid’urna.
Ben l’immensa di Dio virtude mossa
     Dall’altrui preci anche i miei membri spenti
     447Renderà illustri nell’opaca fossa,
Che al mio pien del suo nome ubbidíenti
     Vedrai le pesti e l’atra fame esangue,
     450Il procelloso mar, le nubi, i venti,
Le febbri ascose nel torpor del sangue,
     L’acerbe piaghe, e l’implacabil morte;
     453Ch’ove grazia abbondò, poter non langue.
Tacque; e l’altare sfavillò sì forte,
     Ch’io non so come a quel balen rivolsi
     456Il piede fuor delle tremende porte;
Nè più il tempio rividi: e mentre volsi
     Smarrito al ciel lo sguardo, e fuggitivo
     459Negli occhi miei subitamente accolsi
Di tre fonti di luce un fonte divo,
     Dintorno a cui scritto da folgori era:
     462Mistero incomprensibile ad uom vivo.
Ei spinto ardentemente alla sua sfera
     Disse, stringendo al mio l’amico lato,
     465Va, pensa, impara, e prega, e piangi, e spera;
E in abbracciarme il sen mostrommi armato
     D’un’aurea Croce, e da una face bella,
     468Come servo d’amore il cor lustrato;
Ed i vibrati rai da questa a quella
     Tal ricco di splendor diffondean fiume,
     471Qual se gli scintillasse ivi una stella.
All’alto allora ei dispiegò le piume,
     E quanto ascese più, men chiaro apparve;
     474Alfin perdendo il suo nel maggior lume,
Si mise dentro al gran Mistero, e sparve.