Pagina:Alfonso Varano - Opere scelte 1705-1788.djvu/65

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terza 43

E urtando il fianco mio, qual chi di furto
     Uom, che s’affida, assale, entro un abisso
     285Mi spinse, e insiem precipitò coll’urto.
Gelido pel terror col guardo affisso
     Invan nel fosco a ricercar la meta
     288Del salto enorme ai soli augei prefisso,
Tanti spazj varcai, che il gran pianeta
     Avrìa nel scender mio le lucid’ore
     291Dall’alba tratte entro alla notte cheta;
E la Guida, cui piacque il mio timore,
     Tardi temprollo, e disse: Amaro, e duro
     294È questo passo a un empio cor, che more;
Ma a te, che col tuo fral scendi, è sicuro:
     Ben ti fu amico il Ciel, cui sceglier parve
     297Te non estinto ad un cammin sì oscuro,
Già siam presso al confin; già il primo apparve
     Ondeggiamento del pungente fumo
     300Coill’erranti nel fumo orride larve.
Non temer; ch’io coll’ali mie t’impiumo.
     Urta, apri, e passa. Ecco che appena il dissi,
     303E già passasti l’infernal profumo.
Nel compier questi accenti un largo udissi
     Suon d’alti pianti, e disperati lai,
     306Cui rispondean muggendo i ciechi abissi;
E fra tanto fragor, ch’altro non mai
     Simil tuonò 1’orecchio mio scuotendo
     309Sotto una ferrea volta il piè posai,
Da cui per due, che aprìrsi a me stridendo
     Su cardin fermi, adamantine porte
     312Scoprii d’immense fiamme un mare orrendo.
Or chi al mio stil darà lena sì forte,
     Che adombri almen di que’ dogliosi Spirti
     315La riaascente ognor continua morte?