Pagina:Algarotti - Il Newtonianismo per le dame, 1737.djvu/43

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Dialogo Primo. 31


Come, esclamò la Marchesa, noi siamo di già alla Luce? I vostri eroi da’ venti volumi perdon bene il lor tempo rispetto a noi. Eglino parrebbono, rispos’io, perderlo ben ancor di vantaggio, se voi voleste. Eccovi dunque una Scena, di cui non credo avrete mai all’Opera nè la più bella, nè la più magnifica veduto. Tutto questo Universo, quanto egli è, seminato e pieno di milioni di vortici, che si toccan l’un l’altro, che si equilibran vicendevolmente per via della loro scambievole pressione, di differente grandezza, e di differente figura, benchè si accostin tutti a quella di una palla. Nel mezzo di ciaschedun d’essi è una Stella, ovvero un Sole, cioè a dire, un gran pallone di materia sottile, che fa forza di dilatarsi, e che preme il vortice d’ogni intorno. Questa pressione della materia sottile comunicata alla materia globulosa o del secondo elemento è, giusta l’opinione del Filofofo Francese, la Luce. La differente grandezza della Stella, e molto più la distanza, in cui noi siamo da essa, ci fa parer la sua luce più, o men viva; e quindi è che lo splendor del Sole, nel cui vortice noi siamo,

      — — al suo apparir turba, e scolora
     Le tante Stelle, ond’è l’Olimpo adorno.


Si crede che Sirio benchè in distanza da noi secondo il computo d’un celebre Matematico di più di due milioni di milioni di miglia Inglesi, sia la più vicina Stella, che abbiamo; poichè ella più grande delle altre apparisce, e la sua vivace e brillante luce più che ogn’altra resiste all’abbagliante splendor del Sole.