Pagina:Alighieri, Dante – La Divina Commedia, 1933 – BEIC 1730903.djvu/287

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purgatorio - canto xxviii 281

     a l’uomo non facesse alcuna guerra,
questo monte salto verso ’l del tanto,
102e libero n’è d’indi ove si serra.
     Or perché in circuito tutto quanto
l’aere si volge con la prima volta,
105se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,
     in questa altezza ch’è tutta disciolta
ne l’aere vivo, tal moto percuote,
108e fa sonar la selva perch’è folta;
     e la percossa pianta tanto puote,
che de la sua virtute l’aura impregna,
111e quella poi, girando, intorno scuote:
     e l’altra terra, secondo ch’è degna
per sé e per suo ciel, concepe e figlia
114di diverse virtú diverse legna.
     Non parrebbe di lá poi maraviglia,
udito questo, quando alcuna pianta
117senza seme palese vi s’appiglia;
     e saper dèi che la campagna santa
dove tu se’, d’ogni semenza è piena,
120e frutto ha in sé che di lá non si schianta.
     L’acqua che vedi, non surge di vena
che ristori vapor che gel converta,
123come fiume ch’acquista e perde lena;
     ma esce di fontana salda e certa,
che tanto dal voler di Dio riprende,
126quant’ella versa da due parti aperta.
     Da questa parte con virtú discende
che toglie altrui memoria del peccato;
129da l’altra d’ogni ben fatto la rende.
     Quinci Letè; cosí da l’altro lato
Eunoè si chiama; e non adopra,
132se quinci e quindi pria non è gustato:
     a tutti altri sapori esto è disopra.
E avvegna ch’assai possa esser sazia
135la sete tua perch’io piú non ti scopra,