Pagina:Alighieri, Dante – La Divina Commedia, 1933 – BEIC 1730903.djvu/302

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296 la divina commedia

     La bella donna ne le braccia aprissi,
abbracciommi la testa, e mi sommerse
102ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.
     Indi mi tolse, e bagnato m’offerse
dentro a la danza de le quattro belle;
105e ciascuna del braccio mi coperse.
     «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
pria che Beatrice discendesse al mondo,
108fummo ordinate a lei per sue ancelle.
     Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi
111le tre di lá, che miran piú profondo».
     Cosí cantando cominciaro; e poi
al petto del grifon seco menarmi,
114ove Beatrice stava volta a noi,
     disser: «Fa che le viste non risparmi:
posto t’avem dinanzi a li smeraldi
117ond’Amor giá ti trasse le sue armi».
     Mille disiri piú che fiamma caldi
strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
120che pur sopra ’l grifone stavan saldi:
     come in lo specchio sol, non altrimenti
la doppia fiera dentro vi raggiava,
123or con altri, or con altri reggimenti.
     Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,
quando vedea la cosa, in sé, star queta,
126e ne l’idolo suo si trasmutava.
     Mentre che piena di stupore e lieta
l’anima mia gustava di quel cibo
129che, saziando di sé, di sé asseta,
     sé dimostrando di piú alto tribo
ne li atti, l’altre tre si fero avanti,
132danzando al loro angelico caribo.
     «Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»
era la sua canzone «al tuo fedele
135che, per vederti, ha mossi passi tanti!