Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/122

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108 alle porte d’italia

ma con devozione ostinata. Era colto: conosceva il tedesco e il fiammingo; parlava spagnuolo, italiano e francese; sapeva di latino, studiava le istorie, s’occupava di scienze. Gli eserciti che gli avevan posto il nome di “testa di ferro„ lo veneravano pure come un sapiente. Gli spagnuoli lo chiamavano el sabio. — O renderà l’anima sopra un campo di battaglia, o rialzerà la monarchia dei suoi padri — dicevano. Fin da quando sotto le mura di Ternaux aveva con una stretta della sua implacabile mano ridisciplinato in un giorno l’esercito tumultuoso di Carlo V, tutti avevan presentito vagamente ch’egli era mandato da Dio a compiere grandi cose. E quando passava per i campi a cavallo, in mezzo a quei baldanzosi reggimenti spagnuoli e fiamminghi, non prorompevano in acclamazioni e in evviva ch’egli non amava, ma gli facevano intorno un vasto spazio e un grande silenzio, in cui si sentiva il suono della sua armatura e il respiro del suo cavallo, e mille sguardi attoniti accompagnavano il suo pennacchio bianco fin che spariva in mezzo alle tende lontane.

— Un nobile principe, verdaderamente, concludeva il Benavides. — Se la Spagna deve benedirlo, il Piemonte lo può adorare. — E la signorina stava a sentire, immobile, sorridendo per nascondere la commozione, e stropicciando con le dita la borsetta e le forbici che le pendevano dalla cinturina di cuoio; e la sera, quand’era sola nella sua cameretta, alzava il lume davanti a un piccolo ritratto a stampa del duca, e gli diceva ingenuamente, con voce calda e tremola, quello che le dettava l’anima. — Tu ci renderai