Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/162

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che non era, e pareva colossale, — che riuniva non so che di gentile e qualche cosa di terribile; e che avanzandosi così mutamente sul tappeto candido della piazza, come una forma leggerissima che non toccasse la terra, diffondeva intorno a sè un senso di stupore e di mistero — e dava l’immagine d’un’apparizione più che umana.

La moltitudine tacque, infatti, per un momento come sopraffatta da un sentimento di maraviglia e di timore; poi ruppe tutta insieme in un grido altissimo interminabile frenetico, in uno scoppio formidabile di entusiasmo e di gioia, tendendo furiosamente le sue mille braccia dalla piazza, dai portici, dalle finestre; e una pioggia di fiori e di corone cadde sul baldacchino, sui cavalli, sui gentiluomini, sulle guardie, sulla neve, costringendo il corteo a fermarsi come una carovana sorpresa da un uragano; ed Emanuele Filiberto rimase immobile per alcuni momenti ad aspettare la fine del grido. Tutti gli sguardi si confissero nel suo viso. Egli non diede altro segno di commozione che un istantaneo dilatamento degli occhi. Poi si rimise in cammino.



S’avvicinava al punto dove la via del Duomo sbocca nella piazza. Evelina, inchiodata, muta, affascinata, non aveva più staccato gli occhi da quella figura. Il corteo enorme e strano che veniva dietro in grande silenzio: il vescovo di