Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/163

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emanuele filiberto a pinerolo 149

Venza, grande elemosiniere, a cavallo, accanto al gran Cancelliere Conte di Stroppiana; il presidente del Senato di Torino, il grande scudiere, fiancheggiati e seguiti da ufficiali giganteschi degli arcieri, da vecchi ciambellani e da maggiordomi, da prelati, da curiali canuti, da paggi biondi e brillanti, da consiglieri e da sindaci di Pinerolo vestiti a lutto, da capitani della milizia, da staffieri armati di spade e di pugnali; una folla serrata, maestosa e lenta, dai larghi cappelli di feltro, dalle lunghe penne nere, dalle ampie casacche brune, di un aspetto austero e guerresco, come improntata della natura del suo principe, e che pareva venire piuttosto a una battaglia o a un giudizio solenne, che a una festa trionfale; questo nuovo e bellissimo spettacolo, dietro al quale si drizzava un’altra selva di lancie e di caschi imbiancati dalla neve, non attirò uno solo dei suoi sguardi. La grande e misteriosa figura del Duca incatenava a sè tutte le facoltà dell’anima sua. Nel punto che il baldacchino passava davanti al terrazzo, e che un nuovo scoppio spaventevole di grida faceva tremare la piazza e impallidire tutti i visi, la ragazza fu come presa da una vertigine d’entusiasmo e d’audacia, e alzata fuori della ringhiera la corona che era stata stretta fino allora nella sua mano come in una morsina d’acciaio, la gettò in aria d’un colpo, con uno slancio del braccio convulso, più forte che non volesse. Subito, restò pietrificata dal terrore. La corona, passando al disopra degli archibugieri, era caduta sul fianco del Duca, ed era rimasta infilata, dondolando, all’elsa ritorta della sua