Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/230

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216 le termopili valdesi

revano anche più poetiche e più solenni per effetto della solitudine e del silenzio da cui eravamo circondati. Veramente, quel non vedere e non sentir nessuno, nè vicino nè lontano, ci cominciava a parere molto strano; ed eravamo tentati di domandar sul serio al pastore se quei duemila quattrocento abitanti fossero una bugia vanitosa dei registri o una cosa vera. Ci sembrava di camminare in una di quelle valli maravigliose e sconosciute dei racconti arabi, delle quali è padrone il primo che capita, e vi fonda un regno e una dinastia. Oh il bel romitorio fatto apposta per venirci a scrivere una storia universale! Eppure c’è un giorno dell’anno, ci diceva il Bonnet, che anche la valle d’Angrogna fa del rumore: l’anniversario del giorno in cui Carlo Alberto firmò l’atto d’emancipazione dei Valdesi. Quello è un caro giorno per tutti, festeggiato veramente con affetto, fin dai contadini più poveri. I valligiani accorrono da ogni parte alla sede della parrocchia; i ragazzi, divisi in sedici drappelli, convengono là dalle sedici scuole, a suon di tamburo, con la bandiera nazionale, guidati dai maestri e seguiti dalle famiglie; si raccolgono nella chiesa, dove il pastore fa un discorso d’occasione, cantano, declamano poesie; poi ciascuno riceve in regalo un pezzo di pane bianco, che è una festa, e un arancio, che è un tesoro; i maestri e tutte le autorità del comune desinano insieme; la sera si fanno dei fuochi di gioia sui monti; e i ragazzi se ne ritornano cantando, per i sentieri dove i loro padri combatterono e morirono, tutti contenti,