Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/267

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la marchesa di spigno 253

alla contessa di Verrua, alla marchesa di Priez, alla marchesa di Chaumont, alla contessa della Trinità; la quale non era stata nè l’ultima nè la più ammirabile. Giovane ancora e bellissima a quasi cinquant’anni, che maravigliosa creatura sarà stata ai sedici, quando fece la prima apparizione alla Corte, ancora commossa dai ricordi della battaglia terribile della Marsaglia, di cui aveva visto il fumo e udito il fragore dalle finestre del suo bel castello di Cumiana! E può darsi pure che tutta la sua bellezza non sia fiorita che nell’età avanzata: era forse una di quelle opere predilette dalla natura, che essa accarezza, ritocca e abbellisce per mezzo secolo, tormentata da un desiderio amoroso e infaticabile di perfezione. Còlta non è credibile che fosse, poichè sarebbe stata nel suo ceto, e in quel tempo, un’eccezione; e non era forse in grado di scrivere una lettera, neanche in francese, senza molti e grossi spropositi di varia categoria. Ma per questo appunto, chi sa quali altre forze di seduzione e d’amore doveva avere quella sua giovinezza indomabile, chi sa lo sguardo, la carezza, la grazia delle mosse, la musica della parola, l’eloquenza miracolosa del pianto e dell’ira, l’originalità strana dell’ingegno e la fragranza propria, innata del suo bel corpo, cresciuto come una pianta di rosa all’aria delle Alpi! E tutta questa bellezza, tutta questa forza, tutta questa ambizione, salita fino all’ultimo gradino d’un trono, fu precipitata in fondo a un carcere, e andò a finire sul catafalco d’un chiostro. Ah! se la superiora delle Salesiane mi avesse saputo rivelar qualche cosa!