Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/293

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la marchesa di spigno 279

Arnault; lui che vide e comprese tutto, e trionfò con un atto temerario d’inobbedienza in cui sapeva di giocar la vita e l’onore; lui l’eroe dell’Assietta, il vincitore della grande battaglia, il salvatore del Piemonte! — La gioia mi soffocò, mi ottenebrò la ragione. Oh! vederlo! abbracciarlo! poterlo benedire! sentirmi chiamar madre un momento, vederlo soltanto passare, poter sventolare il fazzoletto dalla finestra, e ricevere un suo sorriso e un suo saluto! Ed ecco, una mattina, accorre la superiora: indovinai; volai nel parlatorio; era lui. Dio grande! il mio Paolo! il figliuol mio! il sangue mio! la gloria mia! lui, bello, splendido, buono, che strinse la mia povera testa contro la sua divisa, senza poter parlare, ansando dalla pietà e dalla gioia, e mi baciò in fronte, e mi chiamò: Maman! — come quand’era bambino, e mi carezzò i capelli. Oh, grazie in eterno, Dio pietoso, di quella gioia celeste, delle sante parole che mi faceste dire da mio figlio! Io non ero degna d’un così grande premio! M’avete dato assai più che non avessi mai sognato! Non avevo sognato che un trono!

— Essa conservò fino all’età più avanzata tutta la sua intelligenza, — continuò la superiora. — Nelle memorie del monastero non è fatto cenno d’alcuna malattia grave che abbia sofferto prima degli ottant’anni. Pare che essendo già più che ottuagenaria, si recasse ancora da sè al refettorio, e intervenisse alle funzioni religiose, ed anche alle ricreazioni delle monache, com’era stato sempre suo costume. Pareva che non dovesse mai più morire. Soltanto le mo-