Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/294

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nache più vecchie si ricordavano di quando era venuta. Le novizie sì facevano raccontare la sua vita come una storia di miracoli....

— Per molti anni, — ricominciò la marchesa, — io vissi di quella gioia. Il mio cuore trionfava. Nessuna vendetta più sfolgorante di quella mi era mai passata per il pensiero, nei delirii del mio orgoglio straziato. Carlo Emanuele m’aveva gettata in una carcere infame e condannata al chiostro perpetuo, e mio figlio gli salvava gli Stati con la più grande vittoria del secolo! Quella gloria del mio sangue rialzava il mio nome in faccia al mondo, mi vendicava di mille calunnie, richiamava la pietà del mio paese sul mio destino, apriva, rischiarava l’avvenire a’miei figliuoli, mutava il mondo a’miei occhi. Il mio Paolo! Il mio figliuolo! Egli fu d’allora il mio idolo, il pensiero e il conforto mio di tutti i momenti, il sogno luminoso d’ogni mia notte. Continuamente, senza posa, con un sentimento sempre nuovo di curiosità amorosa e di tenerezza, riandavo la sua vita fin dalla culla, i suoi giochi di bimbo, laggiù nei giardini di Cumiana, la sua allegrezza per il primo cavallo, e poi, con che nobiltà d’animo aveva sostenuto il nostro cambiamento di fortuna, e la prima volta che m’era comparso davanti con la divisa di alfiere delle guardie, sorridendomi con quel suo buon sorriso affettuoso e un po’ triste. Tutto il paese era pieno del suo nome, e lo splendore della sua gloria giungeva per mille vie fino alla mia solitudine. Il convento m’era diventato caro, dopo che ci avevo ricevuto la notizia della sua vittoria, dopo che ce l’avevo visto