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LA ROCCA DI CAVOUR





La campagna era velata da una nebbia leggiera, in cui erravano dei grandi nuvoli di fumo, sollevati da mucchi accesi di gramigna. Il sole, appena uscito, pareva che avesse una mezza idea di tornare in casa, e andava tentando l’aria con dei raggi pallidi, che ritirava subito indietro, come tentacoli scottati dal freddo. L’aria mordeva in fatti: i pochi viaggiatori seduti nei carrozzoni del tranvai a vapore avevano il becco rosso, e i miei due compagni non finivano più di fregarsi le mani, come se partendo da Pinerolo avessero ricevuto un sacco di buone notizie. Uno era un grosso proprietario, una specie di borghese campagnuolo, appassionato per l’agricoltura, per quella pratica, come diceva lui, non per quella dei professori: una faccia paciona di cinquant’anni, atteggiata a un perpetuo sorriso canzonatorio; l’altro, un ex professore ginnasiale, grande amatore di storia patria, e parlatore compassato e forbito, che s’era offerto gentilmente di farmi da guida