Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/303

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la rocca di cavour 289

storica. Eran gli ultimi giorni d’ottobre, quando la campagna piemontese spiega in tutta la loro bellezza i colori pomposi e tristi dell’autunno. Il treno correva in mezzo a vigneti color di porpora, a macchie di pioppi e di roveri svariati di giallo e di vermiglio, a boschi d’oro, a lunghe file di gelsi color di zolfo e di terra di ocra, macchiate qua e là dalle chiome ancora verdi di qualche albero ostinato a non invecchiare; e di là dagli alberi, fuggivano dalle due parti della via i prati vaporosi e i campi lavorati, nei quali spuntava il grano, come una barbetta rada e fine d’adolescente. La campagna era solitaria; solo qualche villanella bionda, appoggiata al rastrello, alzava gli occhi verso il treno con quell’espressione... con nessuna espressione. La gente faceva ancora il sonnellino di giunta della mattina, aspettando a svegliarsi del tutto che il sole desse il buon esempio, e i villaggi per cui passavamo, cominciavano appena a schiuder gli occhi e a stirare le braccia. Vedemmo però in un vicolo d’una borgata, passando, una comitiva nuziale di contadini, che aspettavan davanti a una porta: una sposa rossa, con grandi nastri bianchi sulla cuffia, le comari in pompa magna, gli uomini vestiti di nero, tutti immobili impalati, ma con gli occhi accesi dal dolce pensiero della scorpacciata e della sbornia. Siano felici senza moltiplicarsi! A tutte le fermate salivan delle contadine con dei grandi cesti pieni d’ova e di polli; in poco tempo ci fu tanta roba da sfamare una compagnia di soldati alpini. Andavan tutti al mercato di Cavour, che è dei più grossi del circon-

De Amicis. Alle Porte d'Italia. 19