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dario; e si capiva dai visi immobili, e dal modo come si fissavano gli uni con gli altri senza guardarsi, ch’eran tutti occupati a sommare, a sottrarre e a dividere i quattrini che speravan di guadagnare: alcuni ragionavan tra sè movendo le labbra, altri facevano il conto con le dita, senza alzar la mano dal ginocchio, per non farsi scorgere. Nessuno discorreva. Si sentiva un odore acuto di cacio pecorino e di tartufi bianchi. Mi pareva di trovarmi in un treno speciale di Francesco Cirio, mandato sotto la mia alta direzione a portar le provviste del banchetto a una festa inaugurativa.



Scendemmo all’entrata di Cavour, in pieno mercato d’animali neri, o canarini da ghiande, come si chiamano con gentile metafora in dialetto piemontese. La borgata, che conta circa ottomila abitanti, è tutta fabbricata sul piano, ai piedi della rocca famosa, alla quale deve la sua gloria e le sue sventure. Come tutti i piccini a cui manca l’occasione di paragonarsi, quella rocca ha l’aria di credersi una gran cosa; e in fatti, vista di là sotto, benchè non sia alta più di due volte il campanile di Giotto, e se ne possa fare il giro in mezz’ora, presenta l’apparenza d’una montagna, certe forme larghe e maestose di gigantessa alpina; e pare anche più grande all’occhio per effetto del mantello denso di vegetazione che le avvolge le spalle e i fianchi rocciosi. A primo aspetto, fa colpo,