Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/326

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312 alle porte d'italia

forse meditò sopra quella cima, con lo sguardo errante per la pianura, qualcuna di quelle grandi imprese agricole, che occupavano allora tutto l’animo suo. La casetta è fabbricata sopra un masso di roccia, che sporge innanzi a modo di tettoia sopra un piccolo tratto di terreno verde, leggermente inclinato verso il piano, e sparso di garofani di campagna e di fiori di cicoria; sul quale vengono a far merenda delle brigate allegre dei paesi vicini. Quando vi scendemmo noi, non c’era nessuno. Si vedevano ancora sull’erba le traccie d’una ribotta, e un pezzetto di giornale. Mi chinai a guardare: era un terzo di colonna del Figaro, con un frammento di resoconto d’una nuova rappresentazione dell’Ambigu; un vero areolite, un frammento d’un altro mondo, che mi fece uno strano senso in quella solitudine, tra quelle ossa di morti e quelle memorie tragiche, attraversate così, improvvisamente, dall’immagine degli splendori e dei piaceri dei boulevards. Intorno allo spianato precipita da ogni parte la roccia. Fino lassù, forse, fino all’orlo roccioso di quella terrazza verde, s’erano spinti nella notte del venti di novembre i più agili soldati del Lesdiguières, mandati ad assalire il castello di sorpresa; e saranno caduti là, spossati, col viso dentro quell’erba, trattenendo il respiro, e schiacciandosi contro terra, ad aspettare quei che seguivano. E questi si arrampicavano nelle tenebre, rimpiattandosi dentro alle crepe, strascicandosi fra i cespugli spinosi, incoraggiandosi a voce bassa: dei furiosi che bestemmiavano, dei timidi che raccomandavan l’anima a Dio,