Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/387

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la scuola di cavalleria 373

in tutti i dialetti d’Italia; ed ebbe i suoi anni pacati, come questi, in cui lavora lenta e in silenzio, fortificando e ripulendo con cura l’opera sua, per dare all’esercito cavalieri perfetti “elegantemente saldi e spensieratamente arditi.„

Trentasette anni sono trascorsi, un esercito d’uffiziali è passato; di mille vite avventurose e strane, splendide e tristi, qui balenarono i presagi e tempestarono le prime passioni. Quando di sul colle di San Maurizio si fissa lo sguardo giù sopra i tetti di quel vasto edifizio, risuonante di nitriti e di squilli di tromba, la fantasia vede confusamente ufficiali di cavalleria lanciati alla carriera per vaste pianure verdi, rigate di bianco dalle divise tedesche; e sale da ballo dorate, dove altri ufficiali trionfano, in mezzo a una flora volante di donne belle; e boscaglie illuminate dalla luna, fumanti ancora di una mischia solitaria d’esploratori dove dei cavalli mutilati si dibattono nell’agonia; e poi sciabole incrociate e visi accesi di duellanti, in giardini su cui spunta l’aurora; ed altri visi immoti e pallidi, intorno a tavolini da gioco; e dietro tutti questi, più lontani e più confusi, altri cavalieri, altri balli, altri duelli, altre sale da gioco, altri cavalli che agonizzano in mezzo a boscaglie solitarie, su cui la luna risplende. Ma pure la luna di Pinerolo ha da averne visto la parte sua, di scene tragiche no, ma di lepide e ardite follie, al tempo in cui la gioventù militare era più scapigliata e più allegra. E sarebbe ameno d’andare a chiedere a un vecchio generale severo: Si ricorda ancora di quando