Pagina:Andrea da Barberino - Guerino detto il Meschino, 1841.djvu/11

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prefazione. vii

più che consta di veruna edizione del Guerino antica in antico francese, eccetto quella cattivissima pubblicata in Lione nel 1530 ed in Parigi nel 1532, tradotta in parte dall’italiano ed in parte accresciuta d’immagini capricciose e grottesche dello stesso traduttore.

Il Guerino è uno dei primi romanzi della Cavalieria, di quei romanzi che furono la base ed il soggetto d’una novella epopea, ignota affatto agli antichi Greci e Romani, nata, sviluppata e perfezionatasi in Italia, popolo dotato di vivacissima immaginazione, di squisita sensibilità, e che infiammò la ferace fantasia di un Pulci, di un Cieco da Ferrara, di un Bojardo, di un Ariosto, di un Tasso e, per tacere d’altri, dello stesso Dante, il quale molto attinse dal Guerino nella creazione del suo Mondo meraviglioso — la più sublime epopea delle generazioni. Il Guerino, lo dico senza tema di errare, è una di quelle poche opere letterarie che non hanno che la forza del loro merito intrinseco per farsi strada attraverso i secoli e crescere sempre più nella stima dell’universale. Il Guerino divenne quindi opera popolare assai, e direi che in Italia non fu libro così popolare fino all’apparizione dei Promessi Sposi di Manzoni. Questa popolarità fece sì, che venne successivamente a cadere in una totale noncuranza dei dotti. Non pensarono essi, oppure non vollero pensare, che il Guerino è vera storia, storia per ciò che riguarda la lingua e quello che io chiamerei filosofia dei tempi, nata dall’influsso del cristianesimo. Il Guerino possiede in massimo grado il merito dell’originalità, come tutti i romanzi esposti in verso o in prosa dal secolo duodecimo in poi, che si riferiscono a nazioni ed origini diverse. La troppa semplicità di stile lo renderà troppo rozzo ad alcuni, il predominio dello spirito guerriero troppo feroce, l’uno e l’altra frutto d’una società che veniva a poco a poco divincolandosi dalle catene dell’ignoranza e della barbarie. — L’eroe di Mongrana percorre il mondo da un polo all’altro, sempre in guerra coi Turchi e coi Saraceni nemici della fede, facendo inaudite prove di gagliardia e di bravura nelle avventure più pericolose, per vendicare i torti fatti alla virtù, alla fede, all’onore. Uccide gli uomini a migliaja, e li costringe a divenire cristiani per forza. La Cavalleria si sostiene sulla forza fisica che precede la forza morale nella storia d’ogni umano incivilimento, nell’istesso modo che la forma prevale sullo spirito alla dura intelligenza dei popoli nascenti. Di là quel cristianesimo rozzo, materiale e tante volte crudele avvolto in tulle quelle superstizioni, che si radicarono nelle credenze del popolo, e diedero vita a quella mitologia, a cui s’ispirarono i poeti che determinano l’epopea favolosa del medio evo. Un fatto importante nella storia della Cavalleria è l’amore della donna. Fu il primo passo al dirozzamento; la donna temperò la ferocia di quegli animi che non viveano che di furti e di carnificine, e