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legio, nativo anche lui di Vigevano, un liberale di vecchia data, uomo di grande capacità, di grande influenza, che gli amici chiamano il Gambetta di Vigevano, non solamente per la naturale e focosa eloquenza, ma anche per una certa somiglianza fisica che il buon Peppino aveva col grande democratico francese, specialmente nella barba.

Il signor Tognino non ebbe fatica ad afferrare il valore prezioso di questo consiglio, ma tentennò un pezzo il capo, ripugnandogli di aver a che fare con avvocati. I suoi interessi li aveva sempre curati da sè, senza bisogno d’intermediari: e ora l’inaspriva l’idea di dover mettere nelle mani d’un leguleio i suoi pensieri, la sua coscienza, come si dà, per un paragone, il fazzoletto sporco alla lavandaia. Ma visto e considerato che se un avvocato ti pianta un chiodo in testa, non c’è che un altro della sua razza capace di tirartelo fuori; visto e considerato che tra due bestie feroci è meglio star dalla parte della più ringhiosa; persuaso anche lui che la giustizia di questo mondo è precisamente come la ragnatela descritta dal Porta in una canzonetta, dopo più matura riflessione, si lasciò persuadere a incontrarsi con questo signor avvocato.

Il caso volle che l’onorevole di Vigevano fosse chiamato a Como come arbitro legale in una intricatissima questione tra la Süd-Bahn e le nostre strade ferrate, una faccenduzza in cui era in giuoco qualche milione. Il nostro affarista colse quest’occasione per andare col Botola sul lago a veder la villa, sempre colla speranza che al primo raggio di bel tempo potesse persuadere Arabella a lasciare Milano.

Andò coll’amico fino a Tremezzo, vide la casa e