Pagina:Arabella.djvu/30

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— Sor padrone, sor padrone, mi senta; io son qui in ginocchio — e il Berretta s’inginocchiò un’altra volta e alzò le due mani in atto di santo martire. — Servirò per nulla fin che campo, fin che non avrò pagato tre volte il mio debito: ma per carità, non dica nulla al mio Ferruccio. Non mi faccia questa tremenda figura davanti a quel bravo ragazzo.

— Capisco che ti deve dispiacere che Ferruccio sappia queste tue prodezze. È un buon giovinotto che ha bisogno di farsi una posizione e non è certamente una raccomandazione l’avere il papà al cellulare.

— O Madonna santissima, non lo dica nemmeno... — singhiozzò il povero Berretta.

— Io potrei far del bene a questo tuo ragazzo. A Natale gli ho dato sessanta lire e potrò dargliene di più, ma non per merito tuo, birbaccione.

— Sono stato così malato st’inverno e la povera anima, a nominarla come viva, non dava mai niente.

— E hai voluto pagarti da mugnaio.

— Ho fatto male, non dico, ma per un po’ di vino non si ammazza mica un uomo, angeli custodi!

— Basta, non voglio altro. Se tu mi darai una prova sicura...

— Non vede che piango come un ragazzo?

— Le tue lagrime non valgono il mio vino: ma se potrai darmi una prova seria, con giuramento...

— Son pronto a giurare sull’anima mia.

— Allora, va, chiudi bene l’uscio della scala, tira innanzi una sedia, e ascoltami.