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Il Berretta rianimato dal tono più dolce con cui gli parlava quell’uomo tremendo, corse e girò la chiave dell’uscio, accostò una sedia al camino, sedette, appoggiò le mani sui ginocchi e ancor tutto tremante stette a sentire.

Il padrone con voce fredda e precisa, senza distaccar gli occhi dal fuoco, cominciò:

— Ora io vado di là a cercare una carta che mi interessa; ma tu devi giurarmi prima che non dirai a nessuno ch’io sono stato qui stanotte. Vedi questo foglio di carta? — e glielo mise sotto il naso. — Qui è scritta la denuncia del furto delle bottiglie, eccetera. Un avvocato mi ha detto che, trattandosi di un furto qualificato di un valore superiore a cento lire, con uso di chiave falsa, il reo non potrebbe cavarsela con meno di due anni di reclusione. Vedi, Berretta? io posso buttare questo foglio sul fuoco...

— Lo butti, in nome della benedetta Madonna! — pregò l’altro, alzando le mani.

— No, questa sarà la mia garanzia. Se tu ti lasci scappare una parola di quel che vedi e senti stanotte, sai quel che ti spetta.

E intascò la carta.

— Faccia conto che io sia un uomo morto.

— Per quante domande ti possa fare don Giosuè, l’avvocato Baruffa, Aquilino Ratta, la Giuditta, il mio Lorenzo, il tuo Ferruccio, o il mezzo avvocato... tu, tu non sai niente, non hai visto niente.