Pagina:Arabella.djvu/355

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VI.


Tre uomini.


Il Botola non tardò a trovare il vecchio amico e lo condusse a casa sua. Strada facendo, cercò di persuaderlo a trattare con indulgenza un figliuolo, che mostravasi pentito dal fondo del cuore. Citò perfino nostro Signore, il quale ha detto che sarà molto perdonato a chi avrà molto amato. Suscitò dei ricordi giovanili per dimostrare a Tognino che il mondo è sempre stato mondo e lo sarà sempre finchè ci saranno uomini e belle donnette.

Quando fu sui primi gradini della scala, vedendo che il vecchio amico lo ascoltava poco, lo prese per il bottone del vestito e toccò il tasto di Olimpia.

— Spero che tu non vorrai infierire contro questa incipriata creatura: essa fa il suo mestiere, canta come può. Il mio parere sarebbe che tu l’avessi a pigliare colle molle d’argento, come si fa collo zucchero. Essa, da quel che so, potrebbe farti del male.

— A me? — esclamò il signor Tognino, sogghignando.

— O almeno so che i tuoi riveriti parenti fanno un gran conto sulla sua testimonianza.

— Testimonianza di che?

— Conto quel che mi hanno contato. Il Morni-