Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 12 (1870).djvu/444

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150 rassegna bibliografica

«et spicialmente a vui, me saristi in ziò favorevole. Son certo che per vui non remarà. Prieghove fatene el posibole, ch’io vi prometo ne receverete honore de’ fatti miei». E un intagliator modenese, Arduino: «Non bisiogna che io ve informe de’ fate mee: penso me chonosiate per fama chelo e che io sapia fare». Veri e proprii documenti letterarii sono invece gli autografi di Leon Battista Alberti e d’Antonio di Tuccio Manetti; lettere ambedue a Lorenzo de’ Medici. Ecco quella dell’Alberti; lettera di pari a pari, come cittadino, e di persona congiunta in amicizia col vincolo gentile degli studii, ma dove pure si fa sentire, ancorachè francamente portata, la soggezione. «Salve. Che tu pigli chonfidenzia in me mi piace, e fai quello che si richiede alla benivolenzia nostra antiqua. Et io, perchè chosì chonosco essere mio debito, però desidero e per te e a tua richiesta fare qualunque chosa torni chommodità a chi te ama. Et maxime molto mi diletterà far chosa grata al tuo Sandro, per chui tu mi chiedi certa chomutazione di terreni al Borgho. Sono certo, se non fusse chosa iustissima non la chiederesti, nè lui metterebbe te interprete: ma pur ti pregho lo chonforti; e io sarò, credo, chostì fra non molti dì, e vederemo la chosa, e sarò chollo archiepiscopo, senza cui consiglio proposi, più fa, di far nulla, e quello che tu stessi statuirai farò di buona voglia. Interim vale. Ex Roma, x aprilis. Tuus Baptista de Albertis». Del quale autografo cresce il pregio, se pensiamo che di lettere familiari dell’Alberti, nè ve n’ha alcuna a stampa (sebbene di lui o col nome di lui tanto si sia stampato), nè, almeno in Firenze, se ne conoscono manoscritte. Tuttavia d’assai maggior momento è l’autografo di Antonio Manetti, architetto, matematico e dantista di que’ medesimi tempi; perchè cotesta sua lettera al magnifico Lorenzo aggiunge non tanto alla vita di questo, la quale aspetta un narratore degno, quanto alla letteratura, meglio, alla storia dantesca un fatto nobilissimo, e ignoto, ch’io sappia, fin oggi: avere il magnifico Lorenzo de’ Medici meditato e praticato di restituire a Firenze le ossa di Dante. Sopra di che mi propongo tornare a scriver particolarmente, pubblicando, che nelle tavole del Pini si può tuttavia dire inedito, ed illustrando il prezioso documento.