Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 12 (1870).djvu/446

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152 rassegna bibliografica

larci di quel Michele di ser Memmo «nato in Siena ne’ primi «anni del secolo XIV,.... orafo, musaicista, scultore, architetto»: di Taddeo Gaddi trae, dall’autografo poc’anzi da noi riferito, notizie sopra le sue pitture in Pisa pe’ Gambacorti e per gli Strozzi in Santa Trinità di Firenze: di Benozzo Gozzoli c’insegna cosa che crede «ignota a tutti, cioè che egli, come si racconta d’altri artefici, fosse stato all’orafo, prima che si mettesse alla pittura», e che abbia lavorato col Ghiberti alle porte del San Giovanni: di Paolo da Verona, ricamatore, accerta lavori non ricordati da altri; di Matteo de’ Pasti, pur veronese, congettura «che siano suoi i Trionfi del Petrarca che si veggono nella R. Galleria di Firenze, dipinti su quattro tavolette convesse; de’ quali Trionfi si parla nella lettera qui fotografata, che il Pasti indirizza a Piero de’ Medici»: Antonio Manetti, intagliatore ed architetto, distingue, rettificando l’affermazione di altri eruditi, dal Manetto legnaiuolo, più conosciuto, per cagion della novella, sotto il nome di Grasso: dell’altro Antonio Manetti, il dantista sopra ricordato, fornisce notizie che non si hanno altronde; e ciò pure di Zanobi Strozzi, pittore e miniatore, di Giuliano Pesello, di Pietro di Chellino, di Federigo Frizzi, del comasco Mola: per non dire che molte date di nascite o morti d’artefici, prese da’ libri originali, vengono qui o somministrate la prima volta o raddirizzate. Nè si creda che il Milanesi, mal misurando all’angusto spazio questa dovizia di fatti minuti ed erudizioncelle, siasi poi trovato a dover tagliar corto quanto a osservazioni e giudizi che da un critico del suo valore si ha sempre diritto di aspettarsi. Di Masaccio e delle sue influenze nell’arte, io non so se in meno parole potrebbe dirsi con più temperata saviezza che così: «Chiusa l’età de’ Giotteschi, la storia riconosce in Masaccio colui che mediante l’attento studio della forma, e degli effetti della luce e delle ombre nel rilievo delle parti, richiamò l’arte alla imitazione della natura. Ma gli artefici fiorentini che dopo di lui tennero questa medesima via, condussero a poco a poco la pittura e la scultura, per esagerazione di quel verissimo principio, al manierismo, se così può dirsi, della imitazione pedantesca del vero. Pure non sarebbe senza manifesta ingiusti-