Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 12 (1870).djvu/625

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annunzi bibliografici 331
Gli ultimi anni della storia repubblicana di Siena, Studi storici di Bartolommeo Aquarone. Capitolo I: La cacciata degli Spagnuoli. - Siena, Lazzeri, 1870; in 8vo, di pagine 136, numerate da 161 a 296.


La cacciata degli Spagnuoli da Siena nel 1552 è il prim’atto della grande epopea, colla quale si chiuse la storia repubblicana di Siena. Espulso l’ultimo dei Petrucci nel 1524, la città credette d’essere ritornata pienamente libera: tanto che ne’ frontespizi e sulle coperte dei libri pubblici di quei tempi troviamo computati gli anni dopo il 1524, colla formula: ab instaurata libertate anno primo, secundo ec. Ma per tale mutamento di governo essa non aveva conseguito se non una più diretta soggezione all’imperatore, la cui protezione della libertà senese era quasi un’assoluta signoria ch’esercitavasi per mezzo degli oratori cesarei in Roma e in Siena. L’autorità imperiale facevasi sentire sempre e dappertutto: nelle riforme e nell’ordinamento dello Stato, nelle relazioni tra il governo e i vari ordini dei cittadini, e fin anco nell’amministrazione della giustizia. E il popolo subiva e taceva: pure, non bastando a Carlo l’d’averlo moralmente oppresso e svigorito, volle più efficacemente provvedersi contro ogni possibilità di risorgimento repubblicano, fondando in Siena una fortezza presidiata da spagnuoli, che tenesse la città in soggezione Questa senti tutto il peso di tal decreto: sentì che ne’ fondamenti di quella rocca andava a seppellirsi irrevocabilmente la propria indipendenza. E si riscosse: prima con preghiere e suppliche che non valsero; poi con l’insurrezione. Ad aiutare la quale, o più veramente a promuoverla, assai valsero le pratiche tenute da alcuni valenti cittadini con gli agenti di Francia, e le promesse d’aiuto avute da quel re: mercè le quali il popolo senese rincorato seppe per propria virtù fare quello che non avrebbe osato mai il suo debole governo: ribellarsi, cioè, dichiaratamente all’impero, cacciare quindi il presidio spagnuolo, e distruggere con le proprie mani la fortezza.

I fatti sopra accennati sono ampiamente discorsi nell’opuscolo del signor Aquarone (che fa seguito all’altro intitolato Introduzione, annunziato in altro numero di questa Rivista). Senza entrare in considerazioni politiche sui fatti che narra, l’autore, con scrupolosa fedeltà di racconto, mette in chiaro la parte e la responsabilità che spetta a ciascuno: di modo che i lettori possono da per s6 misurare quanto fosse in quel rivolgimento il merito del popolo, quanto gli giovassero le pratiche dei capi cospiratori, quanto l’aiuto di Francia. Avremmo desiderato talvolta una maggiore proprietà