Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/105

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rassegna bibliografica 101

essere stati gravati i sudditi dai frutti, mentre necessariamente in ultima analisi tali frutti non potevano se non tornare a carico della totalità dei contribuenti, per quanto fosse ben calcolata la proporzione tra capitale ed interesse, nell’estinguersi i vacabili colla morte dei capitalisti che ne godevano, mentre i frutti dei monti rimanevano modici in paragone di quegli allora comunemente pagati negli imprestiti. L’ammassarsi quei milioni sepolti in Castel Sant’Angelo, naturalmente non era possibile so non coll’accresciuta partecipazione dei vacabilisti e montisti alle rendite pubbliche, ovvero mercè la creazione di nuove imposte, gravose finanche al piccolo commercio, e, circostanza singolarissima, a certi rami d’industria dall’istesso pontefice favoriti. Non v’è dubbio, i veri principi di pubblica economia a quel secolo erano ignoti. Il credito non esisteva; le operazioni delle banche erano lente ed imperfettissime; gli imprestiti nelle strettezze erano rovinosi e pressoché impossibili; l’industria e le ricchezze di Roma erano scarse. Sisto quinto, col tesoro pieno in un’epoca in cui i maggiori sovrani pativano di penuria, figurava molto al di là delle forze intrinseche dello Stato pontificio. Ma quelle vaste somme ridotte a capitale morto e ritirato dalla circolazione, scorrendone tuttora i frutti, non potevano se non impoverire e l’erario e l’universale.

«Rigore e ricchezze, dice l’autore (I, 342), ecco secondo Sisto quinto gli elementi indispensabili d’un buon governo. Col rigore egli intendeva l’ordine pubblico, mentre ricchezza significava ordine nelle finanze. Per mezzo di questo sistema di severità, esso nello Stato suo ristabilì, col rispetto portato alle leggi, l’autorità del potere temporale. Coll’aiuto dei milioni da lui accumulati, egli in breve tempo divenne uno dei più ricchi sovrani d’Europa». Senza negare i prosperi successi momentaneamente dal pontefice goduti nelle cose amministrative, ed avendo ogni riguardo alle massime in economia e alle condizioni attuali di quell’epoca, ci sarebbe da revocare in dubbio il fondamento di tali conclusioni. «Il pontificato di Sisto quinto, così si esprime uno storico contemporaneo, fu un dono di Dio, giacché lo Stato della Chiesa rovinava». Ma gli avvenimenti degli ultimi tempi suoi chiariscono la mancanza di vita di varie delle di lui riforme, men-