Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/280

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276 rassegna bibliografica

fino da principio la sua ardita impresa, e quelle maggiori che doveano procurargli l’avarizia e la crudeltà sua; e bene osserva il Sismondi, che la sconfìtta di Manfredi, «mentre «portava la desolazione nelle due Sicilie, cagionava in Toscana, e specialmente in Firenze, moti affatto diversi»1. Firenze anelava la rivincita di Montaperti; e, per conseguirla, poco dopo la battaglia di Benevento, cacciò il conte Guido Novello e i caporali ghibellini, e ritornò guelfa e democratica. Ma, o che non credesse d’avere forze bastanti da reggersi da per sè, o che la devozione all’unità guelfa sovrastasse a ogni altra ragione municipale, si pose sotto la protezione di re Carlo d’Angiò, e gli concesse per sei anni la potesteria della città (II, 3*), ch’egli accettò con lieto animo e con parole benigne, dicendo di volere, piuttosto che la giudisdizione, «il cuore e la buona volontà» dei Fiorentini2. E queste parole, dirittamente considerate, non esprimono già una semplice cortesia, ma sono un’accorta difesa contro i sospetti di papa Clemente, il quale d’ora innanzi si mostrò sempre combattuto tra la necessità di raffermare la potenza del re, per serbare alla chiesa un valido campione, e il timore che di tale potenza egli abusasse con danno dell’autorità e dell’indipendenza della chiesa medesima. Pur non ostante il papa non si oppose a tale elezione, e conferì inoltre a re Carlo il titolo e l’ufficio di paciere generale in Toscana, per tre anni, ponendogli bensì per patto di rinunziarlo anche prima di tal termine, se così piacesse alla santa sede, o se in questo tempo venisse legittimamente eletto un imperatore (II, 2*, 5*).

Intanto, le speranze dei partigiani di casa sveva non erano affatto morte; e il figliuolo di Corrado Primo, giovinetto sedicenne, era destinato a ravvivarle per breve tempo, e a spegnersi con esse per sempre. Urbano IV l’aveva maledetto

  1. Stor. delle rep. ital, cap. xxi.
  2. G. Vill., Cron., VII, 15. Questo e gli altri cronisti fiorentini dicono che Carlo ottenne la signoria di Firenze per dieci anni: ma il sig. Del Giudice crede, e non a torto, ch’essi abbiano fatto tutt’una cosa della potesteria conferitagli dal popolo, e del vicariato generale di Toscana, concessogli per dieci anni dal papa; e lo prova con l’autorità della lettera pontificia del 10 maggio 1267 (docum. 3 del vol. II, citato sopra) e con estratti di altri documenti che riferisce in nota. (Vedi l’annot. 3, a pagina 29-30 del vol. II.)