Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/118

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
98 l'etimologia e la storia arcaica

poleone1, stato podestà d’Orvieto nel 12532, senatore di Roma nel 12593, fatto prigioniero a tradimento, insieme con un fra- ed altri nobili di parte guelfa, da Arrigo di Castiglia nel 1268, e tenuto in custodia, prima a Monticello, e poi in Castel Saracinesco, fin dopo la battaglia di Tagliacozzo4. Cugino di questo Napoleone era quel Jacopo di Napoleone, capo all’incontro della fazione ghibellina5: del quale conosciamo un figliuolo, Napoleone come il

  1. Nun mi meraviglierei per nulla che questo Napoleone, il quale stando al Litta sarebbe nientemeno che bisnonno del cardinale di Santa Lucia, gli fosse invece padre.
  2. Un’andata ad Orvieto è dal Litta messa al 1243. e assegnata del pari a questo Napoleone e ad uno zio omonimo. A me la verità è fornita dalle antiche Cronache Orvietane pubblicate di recente nell’Arch. Stor. It., serie 5.a, t. III, che in due luoghi, colla stessa indicazione d’anno (si tratta in parte d’una compilazione di materiali distinti), registrano «pot. Neapoleo Mattei Rosi» (p. 10) e «pot. Neapuleou dui Mactei Rossi» (p. 15). A prima giunta ci sarebbe da credere che si trattasse d’un Rossi, come ne appaiono poi altri nel medesimo ufficio. Ma così non è. Matteo Rosso è il nome sotto il quale era conosciuto il padre di questo nostro Napoleone e del «cupido» pontefice, che tanto fece «per avanzar gli orsacchi».
  3. Lettera di Alessandro IV al Consiglio e Comune di Terracina, pubblicata dal Contatore, De historia Terracinensi, Roma, 1706, p. 193. Siccome è indicata la paternità («Neapolionus Matthiei Rubei»), non è dubbio di chi propriamente si tratti.
  4. Saba Malaspina, iii, 20 (R. It. Scr., VIII, 834), Del Giudice, Cod. diplom. del Regno di Carlo d’Angiò, II, 200, Schirrmacher, Die letzten Hohenstaufen, Göttingen 1871. p. 360 e 382. Non so come, dove si parla della liberazione (p. 383), Napoleone e Matteo siano stati dal valoroso Storico tedesco convertiti in «Prälaten» e «Cardinale». E di peggio è avvenuto nell’indice, dove, a dispetto del seguir parti opposte, sono confusi in una persona sola Napoleone e il Jacopo di Napoleone di cui passo a toccare, distinguendo in quella vece Jacopo da Jacopo di Napoleone, e dando il primo come padre al secondo, ossia facendolo padre di sè medesimo: spropositi che io rilevo, non per il gusto di muovere appunti, bensì per mostrare viemeglio in che sorta di ginepraio ci si muova.
  5. Saba Malaspina, ii, 16, iv, 7, v, 6 R. It. Scr., VIII, 813, 843, 864), Annal. Placent. Gibell, in Pertz, SS., XVIII, 526, 528, Schirrmacher, p. 302, 375, 382. In cambio di Giacomo di Napoleone, i moderni sogliono dire Giaoomo Napoleone; ed io non voglio assicurare che il nome paterno non si fosse appiccicato al figlio anche in questa forma più spiccia; non so tuttavia astenermi dal dubitare che nei passi in cui le fonti paiono portare così (Saba, ii, 16, v, 6, e forse Ann. Placent., p. 528, poche linee prima di un «Iacobi de Napoliono»). ci siano di mezzo mere inesattezze di lettura e trascrizione, troppo naturali là dove è ovvio il supporre una scrittura abbreviata. Chi poi nel Litta cercasse questo nostro Giacomo («Iacobus», senza aggiunta nessuna, lo chiama una volta Saba, ii, 16, in un caso dove, essendosi specificato