Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/391

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il p. vincenzo marchese 371

Istituto»1. Cosi scriveva il p. Marchese nell’Avvertimento premesso alla nuova edizione della sua opera principale; e allo scopo accennato in quelle parole, egli veramente rivolse sempre tutti i suoi studi e tutta la sua attività. Era però un pensiero cosi ardito e così vasto, che possiamo piuttosto chiamarlo un sogno giovanile. Senza dubbio l’ingegno e l’erudizione del Marchese erano pari al soggetto, e l’opera sarebbe riuscita di straordinaria importanza, perchè la storia dei Domenicani, più di quella d’ogni altro Ordine religioso, ha relazioni strette, e di varia natura, colla storia di molte nazioni e di molte città. Ma egli non pensava quali e quanto varie difficoltà avrebbe incontrato, per essere storico libero e imparziale del Sant’Ufizió, per esempio, e dell’Inquisizione; delle quali istituzioni, benchè di per se religiose, non può tacere la storia politica dell’Ordine Domenicano, perchè hanno avuto con la politica troppe e troppo intime relazioni. E, per citar qualche nome più famoso, avrebbe dovuto parlare non del Savonarola soltanto, ma di Giordano Bruno e di Tommaso Campanella2.

  1. Memorie dei più insigni pittori, scultori e architetti domenicani. Le Monnier, 1854 (2.a ediz.) v. I, p. 3.
  2. Ma è certo che, se ne avesse parlato, avrebbe cercato la verità senza preoccupazioni. Molto notevole, pel giudizio che il Marchese taceva su tutti e tre quei celebri Domenicani, è questo passo della prelazione al Cedrus Libani. «Tre grandi italiani, usciti in tempi diversi da un chiostro medesimo, ebbero dolorosa la vita, dubbia e combattuta la fama, e due tra essi crudelissima la morte. Giordano Bruno, Tommaso Campanella e Gerolamo Savonarola lasciarono in forse qual fosse più grande o più sventurato. Tutti e tre instauratori o cultori di una nuova filosofia in Italia; e tutti e tre nemici d’ogni maniera di tirannide». Del Bruno poi lamenta che, a differenza degli altri due, «spezzasse i vincoli del chiostro e della fede» e seminasse i germi del panteismo; però anche del Bruno riconosce che merita ammirazione per l’ingegno e compassione per le sventuro. «Ma se la storia (conclude) non potè da ogni colpa purgar la fama del Bruno, ben rivendicò quella del Campanella; e il nome di Gerolamo Savonarola, dal patibolo non macchiato, splenderà... ec.» Del Campanella parla anche nel «Saggio intorno agli antichi poeti domenicani» pubblicato negli Scritti vari. Ved. vol. II, p. 165 segg. Quanto al Bruno, non si può negare che oggi da una parte se ne sono esagerate le colpe, dimenticando che fu un grande e sventurato precursore di Galileo; dall’altra se ne sono oltre misura esagerati i meriti, col cercare nelle sue opere non so qual nuovo e